Mi hanno insegnato che il Galateo nasce dal desiderio di essere gentili con l’altro, per non ferirne la sensibilità.
Un concetto raffinato, capace di elevare l’animo e renderci persone migliori.
Siamo abituati a ringraziare, a dire “per favore”, a sorridere anche quando non ne abbiamo voglia.

Eppure, nessuno ci ha spiegato come essere gentili con noi stessi.
È un’espressione così insolita da sembrare quasi priva di senso.

Crescendo, abbiamo imparato che la cortesia è un dovere sociale, un modo per misurare il nostro valore agli occhi del mondo.
Ci hanno insegnato a perdonare chi ci ferisce, ma non a perdonare noi stessi.
Anzi, spesso siamo i primi ad accanirci contro le nostre fragilità, la nostra ingenuità, gli errori che abbiamo commesso.
Io, in questo, sono sempre stata un’esperta.

Abbiamo appreso l’arte del rispetto verso l’esterno, dimenticando la grammatica della tenerezza interiore.
Eppure, la gentilezza più autentica nasce proprio lì: nel modo in cui ci parliamo quando sbagliamo, quando non siamo all’altezza.
È una mano sulla spalla che sussurra “va bene così” nei giorni in cui la vita ci chiede troppo.                                                                                                                          Accettare il doversi fermare, rallentare quando tutto diventa troppo.

Essere gentili con se stessi è un atto rivoluzionario.
Significa riconoscersi come una storia da abbracciare, accettando ogni capitolo, anche quelli più imperfetti.
È la gentilezza che fa sbocciare un fiore nella sua piena bellezza.

Vuol dire imparare ad ascoltarsi davvero — a fermarsi, a respirare, a sentire ciò che spesso il rumore del mondo ci impedisce di percepire.
Significa riconoscere i propri bisogni senza giudicarli, accettare le proprie stanchezze senza colpa, concedersi il diritto di rallentare quando tutto intorno corre troppo veloce.

Ascoltarsi è un atto di onestà e di coraggio: è scegliere di restare, anche quando sarebbe più facile fuggire da sé stessi.
È imparare a dare voce al corpo che chiede riposo, all’anima che invoca silenzio, al cuore che ha bisogno di sentirsi libero di sentire.

Volersi bene non è egoismo, è rispetto.
È la consapevolezza che prendersi cura di sé non toglie nulla agli altri, anzi: ci rende più autentici, più presenti, più capaci di amare.

Oscar Wilde scriveva:

“Amare se stessi è l’inizio di una storia d’amore che dura tutta la vita.”

Non è forse vero?!siamo gli unici a trascorrere con noi stessi tutta una vita; gli unici di cui dovremmo fidarci ciecamente. Gli unici veramente da amare di un amore sano e sincero.

Forse è proprio questo il segreto più elegante del Galateo: è smettere di rincorrere la perfezione e iniziare a danzare con ciò che si è, passo dopo passo, giorno dopo giorno.

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