Chi di noi non è cresciuto canticchiando quelle parole insieme a Timon e Pumbaa? Hakuna Matata… un ritornello allegro che ci faceva sorridere da bambini, senza che sapessimo davvero cosa significasse. Per noi Millennials era poco più di una filastrocca divertente, con quella melodia giocosa che metteva allegria ovunque la cantassimo.
Ho scoperto il suo vero valore molto più tardi, a 34 anni, durante un viaggio che ha colorato la mia vita: la Tanzania.
Lì Hakuna Matata non era più la canzone di un cartone, ma un modo di vivere. Lo trovavi nell’aria calda che sapeva di terra e di sole, nei sorrisi che ti accoglievano per strada, nei gesti semplici di chi affronta la vita senza affannarsi troppo e soprattutto con ritmi lenti… POLE POLE (piano piano, in lingua Swahili).
È incredibile come due parole possano racchiudere un mondo intero.
Eppure, tornando a casa, quel mondo sembra dissolversi.
Ritroviamo i nostri ritmi frenetici, la corsa continua tra impegni e scadenze, l’ansia che ci divora in silenzio. Torniamo ad essere automi che respirano a metà, aggrappati a una tecnologia che, invece di liberarci, ci appesantisce con il veleno dello stress.
Qualche giorno fa, però, una mia cara amica di ritorno da Zanzibar mi ha portato un regalo: un piccolo oggetto di legno con inciso la scritta Hakuna Matata. E mi ha salutata proprio così, con quel sorriso che sapeva di mare e leggerezza.
In quel momento mi sono ricordata della sua potenza.
Gia! Proprio come cercavano di spiegare Timon e Pumbaa al piccolo Simba, traumatizzato dalla morte catastrofica del padre per la quale abbiamo pianto tutti, Hakuna Matata significa letteralmente “stai senza pensieri”, ma da non tradurre con un comune “fregatene”.
È molto di più: significa stai senza pensieri, lascia che la vita scorra senza opporre troppa resistenza. Non rimanere intrappolato nel passato che non puoi cambiare, non consumarti dietro un futuro che non conosci. Semplicemente, vivi. Respira. Lasciati attraversare.
Io lo so bene: spesso inciampo nel rimuginio, mi aggrappo a ciò che non serve, provo a controllare l’incontrollabile.
Mi torna in mente quel tour operator in Tanzania: io che insistevo sui dettagli dei pagamenti per non sembrare scortese, e lui che, con un sorriso, mi disse:
“Valentina, hakuna matata!”.
Un invito gentile a lasciare andare il superfluo… e ancora di più, un invito a fidarci l’uno dell’altro. Forse era proprio questo che voleva dirmi. Un sentimento raro, che quasi non riconosciamo più.
Forse dovremmo imparare proprio questo: a dire qualche “no” in più, a togliere pesi dalla nostra vita, a liberarci di aspettative e rimpianti, a non stare sempre sulla difensiva. Un sano egoismo che non significa chiudersi agli altri, ma aprirsi a sé stessi. Alleggerirsi, un pò come fanno Timon e Pumbaa, danzando tra risate e leggerezza. Forse gli africani ci riescono perché conoscono davvero il valore delle cose essenziali, perché lì, dove anche il nutrirsi può essere una sfida, la vita diventa ancora più preziosa.
Io ci voglio provare.
A rallentare, a lasciare andare, a sentire di più e pensare di meno.
A portare dentro la mia quotidianità quel piccolo mantra che non è solo un ricordo d’infanzia, ma una filosofia intera:
Hakuna Matata. Stai senza pensieri.
