GIORDANIA: Terra ruvida, accogliente, necessaria
Mancava l’aria… di nuovo!
Eri tu, Isla, lo so.
Sempre tu, quando il mondo dentro di me trabocca.
“Andiamo via!!” mi hai sussurrato… E ovviamente non me lo sono fatta ripetere.
Stavolta, però, il tuo invito non era una semplice proposta. Era un richiamo. Un’urgenza. Scrollavo tra mille immagini senza senso nel tentativo di trovare qualche indizio quando mi è apparsa lei: Petra.
Mi sono fermata. Ho riflettuto sulla situazione geopolitica del momento. Mi sono fatta forza e, in fretta, ho cercato le risposte che speravo: “Vai tranquilla! È un Paese sicuro!”
Da lì è stato un attimo. Otto giorni dopo ero su un volo. Non con un piano. Con un’intuizione.
Petra. Sublime silenzio
Ad Amman il mio autista mi aspetta, impaziente di ripartire: ci aspettano tre ore di auto ed è già tardi, sono le 22.30. L’aria fuori anticipa già l’estate italiana. Amo questa temperatura da t-shirt, con quel vento caldo che smuove i capelli. Mi ricorda la Sicilia. Sono elettrizzata, anche se so che presto la stanchezza si farà sentire.
La mattina arriva veloce e stavolta non rimando: ho atteso fin troppo. Finalmente, passo dopo passo, mi addentro in un luogo sospeso nel tempo, un mondo che non sembra di questo mondo: Petra.
Nonostante la folla, le rocce intorno reclamano silenzio. Un silenzio accogliente, che ti riporta alle origini, al tempo in cui tutto aveva un ritmo più lento, scolpito nella pietra e nel vento.
Ogni passo risuona tra le gole strette del Siq, creando una melodia lenta, a tratti dolce, a tratti fastidiosa. Stavolta, a farmi compagnia, ci sono ricordi di inganni e tradimenti. Ma tu, Isla, lo sapevi. Mi hai lasciata percorrere il sentiero dell’anima senza interferenze, sapendo che certe ferite hanno bisogno del silenzio per guarire.
E forse è proprio qui, tra pareti che hanno visto imperi nascere e crollare, che imparo – o almeno ci provo – a lasciar crollare anche il mio.

La vista che si apre lentamente su Al Khazneh, il Tesoro, mi fa capire che anche il dolore ha diritto di esistere, ma non di guidarci. La sua celebre facciata è coronata da un’urna funebre che, secondo la leggenda, custodisce il tesoro di un faraone.
Mi fermo poco: troppa gente, troppi obiettivi puntati per la stessa foto. Decido di andare oltre. In quell’urna ho appena seppellito alcuni ricordi ormai nocivi. E non sento il bisogno di portarli con me.
Bisogna fare spazio per far nascere il nuovo!
Le pennellate di rosa e ocra sulle rocce richiamano foto e selfie ovunque. Ogni angolo sembra meritare attenzione. Anche qui il business non manca: chioschetti di bevande e incensi interrompono il silenzio con il chiasso dei turisti. Tutti vogliono una hatta, la kefiah rossa giordana.
C’è poi un altro business, che ho odiato profondamente: quello dei “donkey shuttle”. I beduini usano senza sosta i poveri asinelli per portare in giro turisti pigri e poco sensibili alla fatica degli animali. Isla, lì mi hai davvero messa alla prova.
Mi perdo tra scalinate e punti panoramici, con tappeti rossi per brevi soste. Ne approfitto davanti al Teatro, l’unico al mondo scavato interamente nella roccia. La Strada delle Colonne conferma la presenza romana.

Più avanzo sotto il sole cocente, più mi allontano dalla Petra turistica e mi avvicino al suo cuore autentico, dove la memoria resiste scolpita nell’impermanenza.
Ho fame ma non mi fermo. Voglio raggiungere l’ultimo sito, il più importante per me. Non so ancora che mi aspetta una lunga scalata sotto il sole delle 13. Una fatica immensa. E quanti squat tra quelle rocce!
Dopo più di un’ora, qualcosa rompe la fatica: l’Ad Deir, il Monastero.

Prende il nome da alcune croci scolpite nella parete posteriore, risalenti all’epoca cristiana. Dopo qualche foto, trovo una panchina su una piccola altura, esattamente di fronte all’imponente edificio. Mi siedo. Mi fermo. Petra mi osserva, impassibile. Non consola, non giudica. Ma accoglie. È l’ultimo sito, ma anche un punto d’arrivo interiore. Come se Petra mi avesse accompagnata fin lì, in silenzio, per farmi capire cosa vale davvero la pena portare con me.
Il sole, la strada, il cammino: tutto ha fatto la sua parte.
Il ritorno è stato lungo, ma alleggerito. Ho lasciato andare pezzi di storia personale che non servivano più. E ad aiutarmi, il calore di quella terra viva, illuminata dal sole al tramonto.
A chiudere la giornata, un caffè turco al cardamomo, così intenso da far fatica a berlo, offertomi dallo staff dell’hotel. Insieme, chiacchiere e risate. Perché i giordani, alla fine, sanno davvero accoglierti.
Il Wadi Rum: Dove la libertà ha il sapore della sabbia
Il giorno seguente lascio Petra soddisfatta, con la sensazione che il mio tempo lì sia finito e che tutto sia andato come doveva. Questa volta gli autisti sono due — credo padre e figlio. La cosa curiosa è che il più giovane, a differenza del padre, non parla neanche una parola d’inglese.
Mi perdo nel finestrino, gli occhi seguono il deserto che si distende intorno a me. Nessuna distrazione, nessuna fretta, solo rocce e sabbia. E io mi sento leggera.
Facciamo una sosta di mezz’ora in un suq per un altro caffè turco — e stavolta, quasi mi intimorisce.
Con mia grande sorpresa, però, finisco per chiacchierare con un ragazzo giordano che parla un italiano perfetto. Ha vissuto a Milano per anni, se non ricordo male. È stato sorprendente parlare dell’Italia con qualcuno che italiano non è, eppure la conosce così bene.
All’ingresso del Wadi Rum il cuore accelera. Sento che qualcosa dentro si apre. Il deserto sembra volermi inghiottire con dolcezza.
Uomini in cammello attraversano le distese sabbiose come ombre in un film. Ma qui non c’è finzione: è tutto vero. Ed è meraviglioso.

Il calore del sole, quel vento leggero che accarezza la pelle… mi si apre il cuore. Sono felice. Mi sento libera. Qui, ogni cosa parla alla mia natura selvaggia, quella parte di me che ormai non riesce più a restare in silenzio.
Il viaggio, fino a quel momento solitario, prende una nuova piega inaspettata. Incontro altri viaggiatori, anime erranti come me. Si erano conosciuti in ostello a Petra e insieme hanno deciso di avventurarsi nel Wadi Rum. Mi unisco a loro con naturalezza, come se fosse la cosa più spontanea del mondo. C’è una ragazza cinese, minuta ma con un’energia travolgente, capace di tener testa a un ragazzo tedesco dal carattere quieto e riflessivo — forse fin troppo, almeno per i miei gusti. Poi un ragazzo francese, ricoperto di tatuaggi, ma dai modi gentili e premurosi. Ed eccoci: quattro sconosciuti, uniti solo dall’inglese e dal desiderio di esplorare.
Inizia così un’avventura nell’avventura. Ci arrampichiamo su rocce vertiginose, scaliamo dune immense, ridiamo. La ragazza cinese canta a squarciagola “Sarà perché ti amo” dei Ricchi e Poveri, e la sabbia sembra vibrare sotto i nostri piedi.

Le emozioni scorrono libere, si fanno spazio tra le pieghe del deserto. I pensieri, invece, si dissolvono come polvere rossa.
Al tramonto ci sediamo sulla sabbia, in silenzio. Il sole scompare lentamente, e la sua assenza ci rende minuscoli. In quel momento sento forte il richiamo della Madre Terra.
È come un abbraccio che ci ricorda chi siamo: piccoli, fragili, vivi.
La cena al campo è sorprendentemente deliziosa. Attorno a noi altri viaggiatori da ogni parte del mondo. Le lingue si mescolano, i sorrisi diventano un ponte. È la condivisione, più di tutto, a renderci uniti.
Dopo cena ci avventuriamo nel buio totale e quasi sovrumano del deserto in cerca di costellazioni note. Non ne riconosco nessuna.
La mattina dopo, a colazione, regna un silenzio dolce, contemplativo. Sappiamo che presto ci saluteremo. Non chiedo il contatto a nessuno. Forse non era questa l’occasione.
Ma porto con me qualcosa di più prezioso: un ricordo vivido, gentile, pieno.
Ad aspettarmi, poco più in là, c’è un’auto rosso Ferrari.
Ferrari non è, ovviamente.
Ma il viaggio continua. E io con lui.
Jerash: Il ritorno che non sapevo di aver iniziato
Abo Ahmed, il proprietario del campo, ha impiegato giorni per trovarmi un passaggio fino a Jerash. Una città antica, a nord del Paese, dove le vestigia greco-romane si intrecciano con l’anima giordana. Cinque ore di viaggio dal Wadi Rum.
È stato un collega a consigliarmela: ne parlava con tale emozione che non ho potuto ignorare quel richiamo. In fondo, non volevo deluderlo. A scortarmi, un ragazzo di quarant’anni dai capelli biondi e occhi azzurri — difficilmente lo si direbbe arabo.
Sta andando ad Amman per lasciare le impronte per il visto: vuole trasferirsi in Australia, perché in Giordania la vita è troppo cara e i salari troppo bassi. Una storia già sentita, eppure ogni volta così personale.
Non parla inglese. Comunicare è un’impresa. Ci affidiamo a Google Translate, con pazienza e qualche sorriso. Lui ha voglia di chiacchierare, e io cerco di seguirlo tra una traduzione imperfetta e l’altra.
Il viaggio è lungo, ma piacevole. Tra parole spezzate, musica araba e qualche sosta nel nulla, arriviamo a Jerash intorno all’una.
Lo libero per un paio d’ore — che presto diventeranno tre — e io, nonostante un’infiammazione alla gamba che mi porto dall’Italia, mi incammino verso il sito archeologico.
Le rovine sono splendide. Il cielo è terso.
Cammino piano, zoppicando, ma con lo sguardo attento. Capitelli, colonne, teatri…

E poi, all’improvviso, il suono di una cornamusa tra le pietre antiche: una sorpresa che mi fa sorridere. Ma man mano che avanzo, sento qualcosa cambiare.
Mi estraneo.
All’inizio non capisco cosa stia accadendo, poi, davanti al teatro greco, tutto diventa chiaro: mi sembra di essere tornata a casa. Non a Roma, dove vivo. A casa mia, davvero: in Sicilia, nella mia Magna Grecia.
È una sensazione forte, spiazzante.
Mi sento sospesa, disorientata, come se fossi stata catapultata nella Valle dei Templi e non avessi avuto il tempo di salutare la Giordania.

Non ero pronta a partire, e forse non lo sono nemmeno ora.
Ogni scorcio mi appare familiare, quasi già visto.
E per questo, inspiegabilmente, non riesco ad apprezzarlo appieno.
Provo emozioni intense, ma opposte a quelle del mio collega: dove lui ha trovato stupore, io sento nostalgia. Forse perché in fondo, per me, questo non è un nuovo inizio. È già un ritorno.
Ripercorro la strada verso l’uscita con passo più veloce — per quanto la mia gamba lo permetta. Non sento più il bisogno di restare. L’aeroporto mi aspetta, e il traffico non perdona. L’ultima ora in auto la trascorro in silenzio. Mi sento distante da tutto ciò che ho appena vissuto. Mi sembra sia passata un’eternità da quando Petra ha accolto il mio dolore, e il Wadi Rum mi ha aperto il cuore.
Ora, è come se stessi lasciando un mondo intero improvvisamente. Ma forse è solo parte del disegno.
Non comprendo fino in fondo il turbine di emozioni che mi attraversa.
Ma forse non devo. Forse questo fa parte del tuo piano, Isla.
E allora sì… torno a casa con un pensiero che mi accompagna lieve:
è andata esattamente come doveva andare.
Isla, so che hai fatto un passo indietro non per allontanarti, ma per lasciarmi lo spazio di cui avevo bisogno.
Mi hai lasciata alla Giordania, che con la sua storia eterna mi ha insegnato che il mio essere è più saldo di quanto pensassi.
Volti di Giordania
